Marito violento allontanato da casa: non c’è nulla di nuovo sotto il sole

Da qualche ora leggo su diversi quotidiani che “per la prima volta, grazie alla direttiva del Procuratore di Trento, Sandro Raimondi, è stato allontanato un marito violento da casa”. La direttiva era stata emanata dalla Procura di Trento, a marzo, per rispondere alle richieste di aiuto delle vittime di violenza. La convivenza forzata tra le mura di casa, imposta dai DPCM – Decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri con l’obiettivo di arginare il contagio del Corona Virus, ha avuto ricadute negative nelle relazioni già caratterizzate da violenza ed ha facilitato le aggressioni nelle situazioni a rischio.

D.i.Re – donne in rete contro la violenza, aveva paventato il rischio di un peggioramento delle condizioni di vita per molte donne e tre giorni fa ha divulgato i dati del primo monitoraggio: dal 2 marzo al 5 aprile 2020, 2867 donne hanno chiesto aiuto ai Centri anti-violenza con un aumento del 74,5% rispetto al periodo del 2018 (i dati del 2019 sono in elaborazione), segno che la costrizione in casa delle donne ha inciso negativamente sulle situazioni di violenza. Si tratta però di un aumento relativo solo alle donne che erano già seguite dai Centri anti-violenza mentre per i casi nuovi c’è stata una significativa diminuzione. Un dato che preoccupa D.i.Re è il dato sulle nuove richieste di aiuto, che rappresenta solo il 28% del totale mentre nel 2018 rappresentava il 78% del totale delle donne accolte. E di queste solo il 3,5 per cento sono transitate attraverso il numero pubblico anti-violenza 1522.

Conoscendo per esperienza come i periodi di maggiore convivenza, feste, ferie estive ecc, portino ad un aumento significativo delle aggressioni, D.i.Re aveva chiesto la massima attenzione da parte delle istituzioni. Anche le notizie di cronaca ci dicono che la violenza familiare non si ferma e che il calo delle richieste di aiuto non corrisponde ad una diminuzione delle aggressioni. Poche ore fa a Roma una donna è stata ridotta in fin di vita dall’ex che l’ha presa a martellate davanti al garage di casa, ben venga quindi l’attenzione delle istituzioni e la direttiva del procuratore Sandro Raimondi ma non è la prima volta che in Italia viene allontanato un marito o un partner violento e questa “novità” esiste da circa vent’anni.

La legge sulle Misure contro la violenza nelle relazioni familiari meglio conosciuta come legge 154/2001 è in vigore dall’aprile del 2001 ed è stata innovativa perché prevede che l’allontanamento di autori di violenza (naturalmente si applica anche contro autrici di violenza) possa essere richiesto sia in sede penale che civile. Prima della legge sull’ordine di allontanamento, una donna maltrattata o picchiata non poteva chiedere l’allontanamento dell’autore di violenza. Non esistevano misure cautelari specifiche e negli anni ’90, il pool famiglia del tribunale di Milano di cui faceva parte il giudice Fabio Roia, applicava il divieto di dimora per allontanare i violenti dalla propria abitazione. L’istituto del divieto di dimora era generico, vietava a persone accusate di condotte illegali di restare in un determinato luogo ma il tribunale di Milano, lo applicò alla abitazione familiare. Non si trattava però di una norma creata ad hoc come l’ordine di allontanamento che è in vigore dal 2001. Se siamo arrivate a questa legge è stato anche grazie all’interlocuzione tra Centri antiviolenza e istituzioni. Nel 1997 Anna Finocchiaro, all’epoca ministra per le Pari Opportunità, incontrò a Roma, la rete nazionale dei Centri antiviolenza (io stessa partecipai) e chiese quali misure erano necessarie per tutelare meglio le vittime di violenza e in quell’occasione si chiese una legge che allontanasse i violenti da casa. Furono necessari altri anni per arrivare ad un testo che vide la luce grazie anche alla collaborazione delle avvocate toriche dei Centri antiviolenza come Manuela Ulivi (Casa delle donne maltrattate – Milano), Ethel Carri (Non da sola – Reggio Emilia), Daniela Abram (Casa delle donne – Bologna), Samuela Frigeri (Associazione centro antiviolenza – Parma) , Wanna del Buono (Artemisia – Firenze) e chiedo scusa alle altre che non ho nominato.

“La 154/2001 fu innovativa – spiega l’avvocata Manuela Ulivi – e la vera rivoluzione fu l’inserimento di una misura cautelare nel processo civile senza l’obbligo della denuncia penale. Dopo l’ introduzione degli articoli 342 bis e 342 ter del codice civile e l’articolo 282 bis del codice di procedura penale è stato necessario come lo è ancora oggi, impegnarsi per la loro corretta applicazione. Sulla carta è stato un grande passo avanti ma dopo quasi vent’anni purtroppo l’ordine di allontanamento non viene sempre applicato”.

La misura dell’allontanamento dell’autore di violenza peraltro è stata rafforzata anche dalla legge 119/2013, cosiddetta legge sul femminicidio: la polizia giudiziaria può disporre con l’ autorizzazione del pubblico ministero, ottenuta anche in forma orale, l’allontanamento urgente dalla casa familiare e il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, “nei confronti dei violenti e qualora sussistano fondati timori di reiterazione delle condotte e di pericolo per le persone offese”.

Quindi non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Esistono gli strumenti legislativi per tutelare le vittime di violenza ma ci sono ancora molti ostacoli alla loro applicazione. Uno di questi è la inadeguata preparazione dei soggetti istituzionali che intervengono. Spesso si confonde la violenza con banali liti o con relazioni conflittuali e può accadere che le forze dell’ordine che intervengono nelle case subito dopo un fatto di violenza, cercano di fare da facendo da paciere, in buona fede e con le migliori intenzioni ma commettono un errore.

Nel 2011 il centro anti-violenza Linea Rosa di Ravenna ha realizzato il film “Basta Poco per cambiare” col patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Salute. Il film è molto efficace perché mette a confronto, ispirandosi al film Sliding doors del 1998, , gli interventi corretti (a colori) e quelli scorretti (in bianco e nero). Per esempio quando la polizia o i carabinieri intervengono devono parlare separatamente con i componenti della famiglia perché difficilmente una vittima di violenza può sentirsi libera di esprimersi e di raccontare quanto è accaduto se ha accanto chi la minaccia e le fa violenza.

Basta poco per cambiare di Linea Rosa per la regia di Gerardo Lamattina e la sceneggiatura di Monica Vodarich

Abbiamo materiale, conoscenze ed esperienza sufficiente per formare adeguatamente chi deve intervenire nei casi di violenza nelle relazioni di intimità e abbiamo anche buoni strumenti legislativi ma gli interventi devono essere a più livelli perché non bastano le misure cautelari o i processi penali per tutelare le donne che subiscono violenza. Ci vogliono progetti di sostegno per la loro autonomia, e istituzioni che non vittimizzino le donne. Il sistema deve essere coerente e non deve attivarsi solamente in un’ottica emergenziale, se sollecita l’allontanamento dei violenti non può contraddire se stesso nelle cause di separazione. Nei procedimenti di affidamento dei figli, i giudici civili spesso non tengono conto della violenza e stabiliscono, ignorando la Convenzione di Istanbul, l’affido condiviso dei figli, o peggio l’affido esclusivo a violenti, lasciando le donne ostaggio di abusi o punendole con la denigrazione del loro ruolo materno.

Infine mi preme ricordare che quando si interviene in aiuto di una donna che subisce violenza, è importante fare una analisi del rischio per valutare la pericolosità degli autori di violenza: un ordine di allontanamento per alcuni soggetti è soltanto un pezzo di carta.

Non dimentichiamo che conoscono l’indirizzo della vittima e hanno le chiavi di casa.

@nadiesdaa

pubblicato anche sul Fatto quotidiano il 18 aprile 2020

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