La violenza contro le donne ai tempi del Covid-19: i dati del Coordinamento dell’Emilia Romagna

Anche il Coordinamento dei Centri anti-violenza dell’Emilia-Romagna ha analizzato i dati delle donne accolte dal 1 al 31 marzo 2020 e anche le cause del calo di richieste di
aiuto durante l’emergenza per la pandemia del Covid–19. Dalla esplosione dell’emergenza e dei DPCM – Decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri per la prevenzione del contagio, i Centri anti-violenza dell’Emilia Romagna si sono dovuti riorganizzare per continuare ad accogliere donne rispettando i requisiti di sicurezza. Sono rimasti invariati gli orari di apertura ma i colloqui di persona sono stati sospesi e sostituiti con colloqui via skipe, whatsapp o telefonici. Le Case rifugio hanno continuato ad ospitare donne con figli ricevendo visite nelle case da parte delle operatrici dotate di mascherine e attente al distanziamento e alle donne ospiti delle Case sono stati forniti pieghevoli o messaggi vocali in lingua (per quelle che non parlano l’italiano) per fornire informazioni sui rischi del Corona Virus e le direttive per rispettare la prevenzione.
E’ continuata l’attività con le donne nuove che sono state accolte in emergenza con l’esigenza di individuare luoghi dove le donne potessero fare la quarantena prima di essere inserite nella Casa Rifugio.


E’ evidente che le misure per contenere la pandemia, da una parte hanno aggravato situazioni dove già c’era violenza o hanno agevolato la manifestazione di aggressioni dove c’erano situazioni di latenza, dall’altra parte hanno messo in difficoltà le donne nel rivolgersi ai Centri anti-violenza perché la convivenza forzata e senza possibilità di uscire o il timore di essere fermate dalle forze dell’ordine per la verifica dell’autocertificazione hanno ostacolato la richiesta di aiuto. Anche la cura dei figli a casa da due mesi per la sospensione dell’attività scolastica potrebbe avere avere avuto un peso nell’impedire alle donne lo svelamento della violenza.
Mettendo a confronto i dati relativi al mese di marzo 2020 con quelli dello stesso mese dell’anno precedente ha spiegato Giuditta Creazzo, ricercatrice del Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna – il 2019, si registra complessivamente un calo delle richieste di aiuto provenienti da donne nuove, che non avevano mai preso prima contatto con un Centro – o che lo avevano fatto diversi anni or sono – di circa il cinquanta per centro (-53%). Un dato che si presenta simile – seppure con percentuali diverse – in quasi tutti i Centri. Un’analisi a campione, fatta sui dati di 4 centri (Lugo, Ferrara, Modena, Reggio Emilia), così come la testimonianza diretta di diverse operatrici, evidenzia che in questo mese di marzo 2020 – rispetto allo stesso mese del 2019 – sono aumentate le richieste di ospitalità e specialmente le richieste di ospitalità in emergenza o le richieste avanzate in una situazione di emergenza. I dati raccolti dicono di una differenza di 17 punti percentuali, in relazione agli stessi Centri, sono il 28% delle donne che lo chiedono contro l’11% del 2019. Dalla stessa analisi emerge inoltre che le donne che hanno chiesto aiuto in questo mese di marzo 2020 sono un po’ più giovani, l’età media è di 39 anni nel marzo 2020, contro i 43 del 2019; sono più spesso donne senza figli/e, nel marzo del 2020 le donne nuove vittime di violenza che hanno chiesto aiuto, con figli/e sono pari al 69%, nello stesso mese del 2019 erano l’82%; sono più spess vittime di violenze fisiche, nel marzo del 2020
lo è il 67% delle donne nuove accolte, contro il 53% dello stesso mese del 2019.
Come si può facilmente im
maginare gli autori delle violenze sono più spesso che non
nel 2019 coniugi e conviventi, lo è complessivamente il 57% degli autori nel
2019 contro il 70% attuale.

E’ del tutto banale ricordare che le donne che si rivolgono ai Centri anti-violenza lo fanno all’insaputa dei loro partner, per evitare di aumentare la tensione o reazioni come minacce per indurle a stare in silenzio. In base all’esperienza dei Centri anti-violenza nelle donne che vivono situazioni di violenza la percezione di pericolo per la propria incolumità e per quella dei figli/e fino ad un certo livello di gravità, può agire da fattore scatenante la richiesta di aiuto ma oltre un certo livello di gravità può agire da deterrente. “Da questo punto di vista – sottolinea Giuditta Creazzochi lavora prevalentemente con donne di altri paesi la situazione delle donne migranti risulta, in tempo Covid-19, doppiamente penalizzata, poiché alla scarsa conoscenza della lingua italiana può aggiungersi una scarsa informazione sulla conoscenza delle possibilità attivabili da parte delle istituzioni e della legge italiana. Rimane, per tutte, il problema del “dopo ospitalità”, della difficoltà aumentata in modo esponenziale, in questo periodo di chiusura e di stallo generale, a costruire dei percorsi di autonomia oltre l’emergenza e l’ospitalità in luoghi preziosi come le case rifugio, che offrono protezione da uomini maltrattanti, persecutori e pericolosi, ma pensati per far fronte a situazioni contingenti di “temporanea” per quanto grave difficoltà”.

@nadiesdaa

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