La febbre del saggio di danza di fine anno

scarpette di danza classica

E’ tempo del saggio di danza di fine anno. La razionalità abbandona quella curiosa creatura che è un genitore o una genitrice. Le coppie si predispongono non tanto  a vedere la progenie indaffarata in qualche goffa o tuttalpiù piacevole esibizione, quanto ad assistere all’EVENTO!

E prima dell’evento che cosa c’è? La prevendita dei biglietti. L’accaparramento dei posti migliori è l’assillo strisciante di tutte e  di tutti: padri e madri, nonni e nonne, zii e zie. Non è solo per il desiderio di vedere con maggiore agio possibile i figli e le figlie saltellare sul palcoscenico: no. E’ una questione di principio.

La data della vendita dei biglietti per il saggio di  danza classica di fine anno di mia figlia, è confermata. Anche l’orario di apertura della biglietteria: le dieci del mattino. Papà e mamme in attesa all’uscita della scuola di danza ascoltano la comunicazione della segreteria e prendono nota nonchalant e all’apparenza incuranti della comunicazione. Alcuni borbottano: “si andrà sulle 9, vediamo di organizzarci”, “Cavoli, ma è in orario di lavoro e sia io che mia moglie a quell’ora siamo in ufficio“. Balle! In realtà tutti sanno che tutti stanno mentendo e pianificano l’appostamento alla biglietteria del teatro,. Ci si spia sapendo che è fondamentale calcolare bene, quante ore giocare d’anticipo sull’apertura della biglietteria, mettersi in fila e prendere i posti  migliori.  Si pianificano levatacce e presidii per accaparrarsi i posti allo spettacolo dell’anno come se andassero a  vedere Roberto Bolle e Svetlana Zakharova.

Ebbene anche la sottoscritta, privata del poco buonsenso che solitamente  la accompagna, si trasforma nella madre madrissima della progenie che fa il saggio. Punto la sveglia a scalare: le 7, le 6, le 5…le 4,30, 4,15 aggiudicato! Alle 4,40 sono davanti al teatro.  Ma quando arrivo scorso un gruppetto di papà che chiacchierano amabilmente come fosse pieno giorno. Sono svegli come grilli! Sono presa dallo sconforto. Hanno già organizzato un foglio con l’elenco dei nomi: sono dodicesima! Poteva andare peggio. Mi segno e  restano circa cinque  ore abbondanti di attesa. La levataccia mi rende ubriaca di sonno e ciondolando presto orecchio alle chiacchiere mentre arrivano alcune nonne.

Ci sono dei bivacchi, fa freddo e alcuni genitori ricordano le levatacce degli anni precedenti tra snervanti attese e liti. Citano la polemica dell’annata 2014: quella mamma che protestò contro un papà che si era allontanato sottraendosi alla dittatura della fila. Il  pover’uomo dopo ben tre ore in piedi a presidiare il suo posto era corso al bar di fronte al teatro per esigenze impellenti. Al suo ritorno la pedante lo aveva redarguito perché la fila non si abbandona, mai. Si presidia, sempre! E ricevette una inelegante ma comprensibilissima rispostaccia: ‘signora la prossima volta, giuro, resto qua in fila e all’occorrenza le piscio nella borsa!‘ Suscitano il plauso dei presenti e una improvvisata ola.

Mentre contemplo l’aurora e mi stringo nel giaccone per il freddo, un giovane papà equipaggiato di una seggetta di tela da campeggio, tiene trebbo con gli astanti snocciolando racconti di truculenti eccidi, cannibalismo e smembramenti. Illustra episodi dell’Isis tratti (dice) da testimonianze dirette. ‘Un giorno un gruppo di questi fanatici incontró una famiglia di profughi che si lamentava di non avere da mangiare. Gli anno ucciso il figlio lo hanno cucinato e gli hanno detto, tieni mangia‘.  Dopo un po’ racconta  delle camicie nere che nei campi di prigionia in Russia erano lasciati al freddo senza cibo e si mangiavano tra loro (aridaie) o dei sopravvissuti a quel disastro aereo sulle Ande che si cibarono di corpi morti. A quel punto ho il dubbio che sia un emulo di  Hannibal Lecter in incognito che ci sta intrattenendo perché ci vuole per cena. Poi passa a parlare di torture medievali, dice che è stato a visitare la Torre di Londra e ha visto tutti gli strumenti di tortura ( nostalgia canaglia eh?) e dopo che le sue parole sono state accolte da due nonnine incuriosite con commenti scandalizzati tipo:  ‘ma che barbarie l’Isis il medioevo‘ ma ‘che orrore‘. Una pia donna commossa per le sorte orrida delle vittime di tanta barbarie,  si alza e invoca il rogo, l’evirazione e la tortura per i pedofili. Mi allontano.
Ora  sento in lontananza che Hannibal sta parlando di moribondi raccattati  dall’asfalto dopo  incidenti stradali. Mi domando che faccia nella vita (non si sa mai che sto tizio faccia il medico o il chirurgo). Sorge il sole ma fa freddo come se l’alba che ha rischiarato la notte fosse uscita da qualche ghiacciaio. Penso “tra poco prendo un cappuccino” ma ciondolo e  vado a curiosare tra gli altri genitori. La mattina è appena cominciata ma già rifletto sui posti migliori perché per vedere uno spettacolo di danza non si deve essere troppo vicino alle prime file: non si vedono i piedi. Dopo averne ragionato con alcune mamme decido che la quinta fila è la migliore. Mi dicono che tra la quinta e la settima siede solitamente il regista. Bene, è una buona scelta. Finalmente apre il primo bar dove mi trascino con la lentezza di un bradipo per spezzare l’attesa e scaldarmi un po’. Le palpebre sono pesanti, penso a mio marito che a quell’ora sarà ancora avvolto dalle coltri tiepide del lettone nella fase rem del sonno. Beato lui. Tra un cappuccino e un caffè, faccio la spola dal teatro al bar, l’edicola è aperta ma ho troppo sonno per leggere.  Mi appoggio ad una colonna davanti ai portoni del teatro seduta sui gradini gelidi. Un papà mi imita protestando: “cavoli, siamo proprio come i barboni“.

Finalmente arrivano le 9 e comincia l’ora più lunga. Hannibal prende il foglio e fa l’appello. Obbediamo come una mandria al mandriano. Quando finalmente le porte della biglietteria si aprono mi sento come una pellegrina che arriva davanti al santuario di San Giacomo di Compostela. Si entra quattro alla volta, gli altri attendono fuori. Faccio parte del terzo gruppo. Dopo pochi minuti si diffondono voci incontrollate e si propalano notizie da terrorismo psicologico: “La platea è quasi già tutta piena. Il primo e il secondo ordine di palchi sono occupati”., “Il teatro è pieno sono rimasti posti solo nel loggione”, “Potremo stare solo dietro le quinte ma solo con l’autorizzazione del direttore del teatro” e così via. Ad ogni notizia  la fila si innervosisce, si agita, sbanda e ringhia.  Penso che se fossero vere quelle notizie che confido siano frutto di fantasia, del sonno o di qualche buontempone, scoppierà una rivolta e dovranno far uso degli idranti per sedare genitori inferociti. A quel punto cedo ed entro nel tunnel anche io, abbandono la lucidità come fosse uno zaino pesante e  fantastico su occupazioni della biglietteria con esproprio genitoriale di biglietti. Mi vedo trionfante, in piedi sul bancone della bigliettaia a distribuire ai poveri espropriati dei mazzi di biglietti tra le mani: tutti della quinta fila!  Forse sto dormendo in piedi e sto sognando. E’ il mio turno, arrivo davanti al vetro della biglietteria e chiedo titubante: “Ma c’è posto in quinta fila?”  La bigliettaia mi sorride e  sciorina la piantina di una platea semivuota con la quinta fila,  sia a destra che a sinistra ,completamente libera:  ho solo l’imbarazzo della scelta.

Esco dopo pochi minuti trionfante, stringendo i biglietti tra le mani ed ho i miei posti in  quinta fila dove  si vedono i piedi!

Il delirio è finito… per quest’anno!

@nadiesdaa

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