Il Governo Meloni boccia la proposta di congedo parentale paritario

Il Parlamento italiano ha bocciato la proposta di legge che avrebbe introdotto congedi di maternità e paternità di pari durata e pienamente retribuiti. Una proposta presentata dall’opposizione e firmata dalla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, che puntava a riequilibrare una delle disuguaglianze più radicate del nostro sistema sociale: quella che scarica quasi interamente sulle donne il peso della cura.

Oggi in Italia le madri hanno cinque mesi obbligatori retribuiti all’80%, mentre i padri solo dieci giorni. Dieci. Questo significa che lo Stato continua a dire, nei fatti, che la cura dei figli è principalmente una responsabilità femminile. E poi ci si stupisce se le carriere delle donne rallentano, se il tasso di occupazione femminile resta tra i più bassi d’Europa, se il divario salariale di genere non si riduce.

La proposta prevedeva l’estensione del congedo di paternità fino a circa cinque mesi, equiparandolo a quello di maternità, con retribuzione al 100% per entrambi i genitori. Non era solo una misura tecnica, ma un cambio di paradigma: riconoscere che la genitorialità è una responsabilità condivisa e che la parità non si proclama, si costruisce con strumenti concreti.

La Commissione Bilancio ha bloccato tutto per mancanza di coperture finanziarie. La relazione tecnica del Governo, verificata dalla Ragioneria dello Stato, ha stimato un costo superiore ai tre miliardi di euro già nel primo anno. Il governo guidato da Giorgia Meloni ha ribadito che la misura non era sostenibile economicamente. La ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone ha parlato di necessità di equilibrio nei conti pubblici.

Ma ogni bilancio è una scelta politica. Dire che non ci sono risorse significa stabilire che questa non è una priorità. E non è una priorità cambiare un sistema che penalizza le donne nel momento in cui diventano madri.

I numeri raccontano una realtà chiara: oltre il 70% dei congedi parentali è utilizzato dalle madri. Dopo la nascita di un figlio, molte donne riducono l’orario o abbandonano il lavoro. Gli uomini, molto meno. Non perché non vogliano esserci, ma perché il sistema non li mette davvero nelle condizioni di farlo. Dieci giorni non cambiano una cultura, non redistribuiscono il carico mentale, non riequilibrano le opportunità.

Nei Paesi dove i congedi sono davvero condivisi, la partecipazione maschile alla cura aumenta e le donne restano più facilmente nel mercato del lavoro. Non è un dettaglio simbolico, è una questione strutturale. La parità passa anche da qui, dalla possibilità concreta di non essere penalizzate per la maternità.

Bocciare questa proposta significa mantenere intatto un modello in cui la maternità continua a essere un fattore di svantaggio economico e professionale. Significa lasciare alle donne il peso maggiore della cura e poi parlare genericamente di “sostegno alla famiglia”.

La verità è che finché la cura resterà femminilizzata, anche la disuguaglianza lo sarà. E finché le politiche pubbliche non metteranno davvero al centro la redistribuzione del tempo, del lavoro e delle opportunità, la parità resterà una promessa incompiuta.

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