Donne, guadagnano meno degli uomini perché vivono in società fallocentriche

Vittorio Feltri

Io per esempio sono, almeno mi pare, maschio e zappo l’orto per ricavarne frutta e verdura. Chi mi paga? Nessuno. Inoltre cucino quando non sono impegnato in redazione. Esigo forse dei soldi statali? Basta con gli oboli a chiunque non presti un opera lavorativa autentica

Il goffo articolo di Vittorio Feltri sulle disparità economiche tra uomini e donne ha ricevuto un’ottima replica da Elisabetta Ambrosi. “La natura – scrive Feltri – non è democratica”, ma solitamente invoca la legge di natura chi deve conservare dei privilegi per mantenere inalterate posizioni di vantaggio. Sarebbe abbastanza facile rinfacciare al direttore editoriale di Libero che se non gli va giù che lo Stato finanzi “matrone sforna figli” è probabile che molte “matrone sforna figli” non vorrebbero che lo Stato erogasse oboli al quotidiano dove lui lavora, ovvero i fondi pubblici per l’editoria. Compresa la sottoscritta matrona.

 In realtà non è tanto la natura a essere antidemocratica, ma le società fallocentriche perché traducono la differenza di genere in discriminazioni che penalizzano le donne e mantengono stabile il gap a vantaggio degli uomini. La politica può continuare a disinteressarsi della condizione economica e lavorativa delle donne confidando che si trovino un marito o qualcuno che si occupi della loro sussistenza? Rispolveriamo l’informazione per chi la pensa come Feltri.

Nel 2016 (dato Ocse – Organizzazione per lo sviluppo economico) il 78 per cento delle donne che ha rassegnato le dimissioni erano madri e un rapporto dell’Ispettorato del lavoro ha rilevato che nel 2016 sulle 29.879 donne che si sono licenziate, 24.618 hanno addotto motivazioni legate alla difficoltà di conciliare la vita privata con il lavoro. Nel mondo del lavoro le donne sono svantaggiate, hanno più spesso contratti a termine della durata di cinque anni (19,6 per cento rispetto al 17,7 per cento gli uomini), una busta paga più bassa e un livello di istruzione più alto di quello maggiormente richiesto per il lavoro svolto (25,7 per cento in confronto a 22,4 per cento gli uomini) mentre la quota di part time involontario è quasi tripla rispetto a quella degli uomini (rispettivamente 19,1 e 6,5 per cento).

Una scelta obbligata in un Paese che non investe più in politiche per creare asili nido e scuole per l’infanzia. Ed è proprio a causa degli scarsi servizi per l’infanzia – dice l’Ocse – il 78 per cento delle donne che ha rassegnato le dimissioni nel 2016 sono madri e il 40 per cento del totale delle domande ha avuto, come motivazione, l’impossibilità di conciliare il lavoro e la famiglia. In base a un rapporto dell’Ispettorato del lavoro nel 2016 sulle 29.879 donne che si sono licenziate, 24.618 hanno addotto motivazioni legate alla difficoltà di conciliare la vita privata con il lavoro.

Su tutto pesa la catena del ruolo di cura. Antonella Picchioeconomista femminista ed ex docente di economia dell’Università di Modena durante un incontro pubblico spiegò che “Il lavoro non pagato, domestico e di cura, di uomini e donne è più del lavoro totale pagato i uomini e donne. E’ una dimensione enorme, un grande aggregato dell’economia generalmente ignorato. Si tratta di un lavoro di riproduzione sociale svolto in ambito domestico, al quale peraltro si deve aggiungere il crescente lavoro domestico e di cura pagato che diventa opaco proprio per la vicinanza a quello non pagato”.

Ma a quanto ammonta il lavoro di cura delle donne che non sarà retribuito ma ha un valore economico? Un’indagine Istat condotta nel 2016 ha messo in rilievo che in Italia sono 7 milioni e 338mila le donne casalinghe. Più della metà non ha mai svolto una attività lavorativa retribuita nel corso della vita e il 73% non cerca nemmeno una occupazione per le difficoltà e gli ostacoli del mondo del lavoro caratterizzato da precariato, abbassamento dei salari e crisi. Così accade che 700milacasalinghe, più del 9% del totale, vive in una situazione dipovertà assoluta, eppure il lavoro prodotto in famiglia o per il lavoro di cura dalle donne è immane.

Nel 2014, in Italia sono state effettuate 71 miliardi e 353 milioni di ore di lavoro non retribuito per attività domestiche, cura dei bambini, adulti ed anziani della famiglia, del volontariato e di aiuti informali alle famiglie e il 71% del lavoro non retribuito è stato svolto dalle donne (casalinghe o occupate) superando il numero di lavoro retribuito prodotto dal complesso della popolazione (equivalente a 41 miliardi e 794 milioni). E’ stato anche calcolato che il lavoro non retribuito delle donne del pianeta avrebbe il valore di diecimila miliardi di dollari ovvero quanto all’incirca il pil della Cina: un ipotetico Paese di casalinghe sarebbe la quarta potenza economica del mondo.

Il mancato riconoscimento economico del lavoro di cura delle donne è una delle più grandi iniquità nella storia delle relazioni tra i generi ed ha permesso agli uomini di vivere come infanti a vita, passando dalla cura amorevole di mammà a quella delle spose che cucinavano, stiravano e lavavano loro, vestiti, mutande e pedalini ed educavano e accudivano figli ai quali non potevano nemmeno trasmettere il loro cognome. Questa disparità, difesa a oltranza nei paesi conservatori e maschilisti, resiste grazie a una rigida divisione di ruoli che mantiene le donne in una condizione di povertà, di dipendenza o di non autosufficienza economica.

Qual è la soluzione? Ridistribuire il lavoro non retribuito con equità tra uomini e donne è sicuramente un modo per azzerare le disparità e alzare il Pil ma in Italia le resistenze al cambiamento sono fortissime. Se è vero quello che dice Vittorio Feltri, che la famiglia è una scelta, non si comprende perché la cura degli anziani debba gravare prevalentemente sulle spalle delle donne o perché nove mesi di gravidanza dovrebbero inchiodare le donne al lavoro di cura dei figli sollevando dall’incombenza gli uomini, che pur contribuiscono alla procreazione. Pensiamo per esempio ai congedi di paternità e maternità obbligatori, di pari durata e non cedibili che sono stati adottati da diversi Paesi europei.

In Italia, i congedi per paternità esistono grazie alla legge voluta nel 2000 da Livia Turco, all’epoca ministra per la solidarietà sociale. Non sono obbligatori, sono solo per lavoratori dipendenti e prevedono un’indennità che arriva al 30% dello stipendio. Una legge che è stata un flop perché solo un papà su cinque sceglie il congedo a differenza della Svezia dove l’80% sta a casa con i figli percependo un’indennità che arriva a coprire l’80% dello stipendio. Nel 2015 Elsa Fornero ha introdotto l’obbligo del congedo per paternità di tre giorni dopo la nascita del figlio come fosse una sorta di rivoluzione copernicana ma di tre giorni in tre giornisaremo ai livelli della Svezia intorno al 2254, anno più, anno meno.

Se nel nord Europa si sono varate leggi per ridistribuire il lavoro di cura dei figli in nome di una bigenitorialità che non spunta fuori come un fungo solo in caso di pioggia per una separazione, e sono state realizzate politiche per l’occupazione delle donne, in Italia quelle politiche sono solo un miraggio. Gli scarsissimi investimenti per i servizi all’infanzia, per contrastare un precariato divenuto ormai strutturale, la mancanza di tutele per le lavoratrici che perdono il lavoro (o sono costrette a lasciarlo) quando restano incinte sono la causa di impoverimento costante del Paese e di un fortissimo calo demografico.

La risposta dei governi italiani che si sono succeduti negli ultimi 15 anni è anacronistica, l’immobilismo di posizioni pavide o conservatrici fa sì che si continui a contare sul lavoro di cura delle donne chiamate ad essere il welfare del Paese e tuttalpiù si conceda qualche aiutino con i bonus bebè o si stampino pieghevoli sulFertility day per ricordare alle giovani coppie di copulare assiduamente per dare figli alla nazione. Tutte scelte demagogiche che non incidono socialmente e non portano cambiamenti nella vita quotidiana e materiale delle donne e degli uomini.

Queste scelte politiche sono molto in sintonia con le mentalità conservatrici come quelle di Vittorio Feltri che interviene sui diritti delle donne quando vuole stigmatizzare la cultura islamica, e poi spiega le questioni politiche di casa sua come il frutto amaro delle leggi di natura. Come se non bastasse, mette anche una buona dose di misoginia e sessismo che tra i patriarchi del mondo: islamici, cattolici o protestanti, è sempre un bel darsi di gomito.

pubblicato sul Fatto quotidiano il 29 gennaio 2018

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