8 marzo e i numeri sulla disparità salariale: più le donne sono istruite più sono penalizzate

Paola Tabet, nel libro Le dita tagliate, racconta che l’antropologa Françoise Heitier, durante un’intervista televisiva, ricordò che in Burkina Faso aveva visto “infinite volte le bambine piccolissime chiedere da bere o da mangiare alla madre” ricevendo spesso un rifiuto. Heritier si accorse solo dopo molto tempo che maschi e femmine avevano un diverso accesso all’alimentazione. Quando chiese il motivo, le risposero che “una donna in tutta la sua vita non potrà mai soddisfare le sue necessità e tanto vale che ci si abitui subito”.
La povertà delle donne è stata sempre talmente connessa alla condizione di genere, da risultare spesso invisibile, forse la più invisibile tra le discriminazioni che hanno colpito e colpiscono le donne. La disparità economica tra uomini e donne è un fenomeno che solo in tempi recenti è stato misurato. Molteplici studi e ricerche hanno rilevato come nel mondo si riconosca minore valore economico al lavoro delle donne: produttivo o riproduttivo. E sarebbe proprio la gratuità del lavoro di cura delle donne ad influire negativamente sulla retribuzione del loro lavoro produttivo.

Quanto vale il lavoro femminile?

Le Nazioni Unite hanno rilevato che le donne guadagnano in media il 23% in meno degli uomini. Tra le cause c’è la minore retribuzione del lavoro femminile, il maggiore tasso di disoccupazione e minori possibilità di carriera a causa delle discriminazioni. Il Forum Economico Mondiale ha calcolato che, senza cambiamenti significativi, ci vorranno almeno 217 anni per colmare il gap salariale tra donne e uomini.

L’Unione sindacale di base (Usb), in occasione dello sciopero delle donne proclamato per l’8 marzo da Non una di meno, ha raccolto alcuni dati sulle disparità tra uomini e donne. Il rapporto “Donne sull’orlo di una crisi di numeri – una prospettiva di genere sul mondo del lavoro”, curato da Viviana Ruggeri, ricercatrice Isfol e delegata Usb, ha illustrato come si modula quel divario che penalizza le donne nel nostro Paese.

Nel lavoro dipendente le donne sono pagate il 23% in menorispetto agli uomini, meno del 29% per il lavoro autonomo, e meno del 38,5% per le lavoratrici più istruite. Si è di fronte ad un paradosso: più le donne sono istruite e più sono penalizzate.

Pur essendo più istruite degli uomini (63% diplomate contro il 58,8% dei diplomati) trovano meno facilmente lavoro (l’occupazione femminile è al 49,5%, contro il 68,5% di quella maschile). Con la disoccupazione si sarebbe più vicini alla parità (la disoccupazione femminile è al 10,4%, contro l’8,4%,  di quella maschile) se non fosse che le donne, soprattutto le giovani (15-24 anni), scivolano rapidamente dalla disoccupazione all’inattività. Alla fine del 2018 raggiungeva il 44,8% (25% per gli uomini).

Le donne producono 50,6 miliardi di ore annue non retribuite, ovvero un valore economico superiore a quello delle ore di lavoro retribuito prodotto dal complesso della popolazione (41,7 miliardi). Le casalinghe  contribuiscono maggiormente a questa forma di produzione (con 20 miliardi e 349 milioni di ore). Se si guarda al numero medio di ore di lavoro non retribuito svolto in un anno, troviamo ancora in cima alla classifica le casalinghe (2.539 ore), poi le occupate (1507) e infine gli uomini (826 ore). Nonostante la mole di lavoro svolto, il 9,3% delle casalinghe è in povertà assoluta. Le donne sono anche più esposte alla povertà insieme a minori, giovani e migranti ed hanno pensioni più basse.

Il rapporto di Usb critica negativamente il reddito di cittadinanza: “Una misura con un impronta familistica, che penalizza le donne e nega loro, il diritto a quella autodeterminazione che deriva dalla disponibilità di risorse economiche individuali mantenendo il legame con quel partner che spesso coincide con il soggetto maltrattante”. Neanche Quota 100 compensa quelle disparità di genere nel sistema pensionistico che riflette quelle generate durante la vita lavorativa. “La misura sperimentale (2019-2021) dispone l’accesso al trattamento di pensione con almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi e avrà scarso impatto sulle donne a causa della loro carriera contributiva discontinua”.

Sia il Reddito di cittadinanza che Quota 1oo sono state pensate a misura d’uomo. E le donne?

Secondo la Lega, devono essere ricondotte al ruolo di fattrici e angeli del focolare. Null’altro (a parte la riapertura dei bordelli di Stato). Il manifesto realizzato per l’8 marzo dalla Lega di Crotone, delirante e anacronistico, è un attacco alle libertà delle donne. Stigmatizza l’autodeterminazione come una forma di astio contro gli uomini e inneggia al “ruolo naturale della donna volto alla promozione e al sostegno della vita e della famiglia”. Dopo la sua diffusione sono seguite valanghe di proteste e sui social è stato lanciato #NoiControSalvini. L’onnipresente ministro degli Interni ha fatto sapere che non condivide “alcuni” passaggi del manifesto. “Alcuni”.

Il futuro leghista sarà un Medioevo dei diritti delle donne e in quel mondo, il lavoro di cura sarà un dovere privo di qualunque forma di riconoscimento economico. Questo è anche l’orientamento del ddl Pillon che ignora le disparità tra coniugi e prevede il mantenimento diretto dei figli tra padri e madri, a prescindere dalle condizioni economiche e dal ruolo di cura svolto dalle donne. Un disegno di legge che si regge sulla propaganda massiccia e mistificatrice delle cosiddette “associazioni dei padri separati” che hanno bollato come “parassitismo delle donne”, una delle forme più antiche di sfruttamento del loro lavoro domestico. E il lavoro produttivo? I servizi per l’infanzia scarseggiano, il congedo dal lavoro per paternità e maternità che divida equamente il lavoro di cura dei figli (la Spagna ha varato recentemente una legge sui congedi per paternità) non è nemmeno all’orizzonte e non ci sono  argini efficaci al precariato e al gap salariale tra uomini e donne. Un lavoro che garantisca l’indipendenza economica sarà il lusso di una minoranza di donne. Se la Spagna come altri Paesi europei fa un passo avanti verso la reale parità, l’Italia promuove leggi che consentono alle donne di stare al lavoro fino al nono mese di gravidanza ed espone le lavoratrici precarie ad ulteriori ricatti in una condizione di massima vulnerabilità.

Tutte coloro che vogliono contrastare questo delirante ritorno al passato, si organizzino per lo sciopero dell’8 marzo e anche per i giorni di lotta che seguiranno: nel mirino della Lega dopo i migranti ci sono le donne. #NoiControSalvini.

Pubblicato sul Fatto quotidiano l’8 marzo 2019

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