
Adele (pseudonimo) racconta a IrpiMedia la violenza sessuale subita dall’editore della redazione per cui lavorava quando aveva trent’anni. «Non c’erano mai stati segnali che mi avessero fatto paura di lui. Era un padre di famiglia, mi sembrava una persona per bene. Un giorno mi ha aggredita nel suo ufficio». Dopo l’accaduto, inizialmente non ha raccontato nulla a nessuno. Solo qualche giorno dopo si è confidata con un collega, che l’ha accusata di inventarsi tutto. Il malessere è cresciuto fino a portarla a un tentativo di suicidio: Adele è stata trovata priva di sensi in casa dai familiari e ricoverata in ospedale, dove ha finalmente potuto raccontare l’accaduto allo psichiatra. Solo successivamente ha saputo che altre due persone della stessa redazione erano state vittime dello stesso editore.
Il caso di Adele non è un episodio isolato. Già nel 2019 la Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), in collaborazione con la statistica Linda Laura Sabbadini, aveva evidenziato come l’85% delle 1.132 giornaliste intervistate avesse subito molestie almeno una volta nella carriera. L’inchiesta attuale conferma che, sette anni dopo, il fenomeno persiste e le violenze continuano a rimanere silenziose per paura di ripercussioni.
L’inchiesta nasce da 100 interviste a giornaliste, assunte e freelance, di agenzie di stampa, testate online e cartacee, radio e televisioni italiane.
In tutti i casi sono state denunciate discriminazioni di qualche tipo, da stupri e tentati stupri, a baci forzati e mani addosso, molestie verbali, ricatti sessuali e discriminazioni di genere
A compiere le molestie e le discriminazioni sono stati, in gran parte dei casi, direttori e caporedattori. Il picco degli abusi è avvenuto quando le giornaliste avevano fra i 25 e i 34 anni. A essere colpite sono, quasi in egual misura, freelance e assunte
Le molestie subite hanno spesso effetti negativi sulla salute mentale delle giornaliste. Nelle interviste hanno raccontato anche tentativi di suicidio, oltre a un frequente ricorso a psicoterapia e psicofarmaci per arginare il malessere
Oltre alle conseguenze sulla salute mentale, ce ne sono anche a livello economico, sia individuale, che aziendale e sociale. Le molestie e le discriminazionicausano interruzioni di carriera, periodi di disoccupazione e perdita di reddito, costringendo chi le subisce a lasciare il lavoro per evitare maltrattamenti
Le testimonianze raccolte da 100 giornaliste, sia assunte che freelance, raccontano storie di molestie verbali e fisiche, abusi di potere, discriminazioni legate al genere e all’orientamento sessuale. Cinzia, freelance, descrive un caporedattore che sin dall’inizio del loro rapporto la molestava via WhatsApp e che tentò di indurla a dormire con lui in un appartamento, solo per farla cadere in un tranello. «Mi sono accorta dell’inganno solo arrivata in città», racconta. «Sono fuggita, senza ricevere sostegno dalle colleghe presenti».
Il problema della serialità degli aggressori emerge anche in altri racconti. Alma racconta di tirocini e stage selezionati in base all’aspetto fisico, con direttori che facevano battute a sfondo sessuale e toccavano le stagiste. Aurora, dopo un tentativo di violenza da parte di un collega più anziano, sviluppa pensieri suicidi e ricorre a psicoterapia e antidepressivi per affrontare il trauma. Gli studi confermano che le molestie e le discriminazioni sul lavoro aumentano il rischio di ansia, depressione e comportamenti autolesivi.
Lo studio dell’Università Bocconi evidenzia come il sessismo quotidiano sia fortemente correlato alle molestie sessuali: donne che subiscono battute denigratorie hanno oltre 110 volte più probabilità di ricevere proposte sessuali insistenti e circa 40 volte più probabilità di essere aggredite fisicamente o sessualmente. Augusta, derisa ogni giorno dai colleghi perché femminista, racconta come l’ironia e la resilienza non siano bastate a proteggersi dagli attacchi verbali, mentre Erica denuncia la sistematica modifica di articoli per rimuovere riferimenti femminili, nonostante il manifesto di Venezia del 2017 promosso da Fnsi e GiULiA per una comunicazione rispettosa della parità di genere.
La discriminazione si estende anche all’orientamento sessuale. Leda è stata presa di mira perché considerata “androgina” e per il suo atteggiamento percepito come duro rispetto alle colleghe. Il sessismo e l’omofobia incidono direttamente sulla distribuzione dei compiti giornalistici: le donne vengono spesso confinate a rubriche considerate “femminili”, mentre la carriera e le opportunità vengono limitate.
Oltre all’impatto psicologico, le molestie hanno conseguenze economiche rilevanti. La violenza sul lavoro provoca interruzioni di carriera, licenziamenti, perdita di reddito e costringe le vittime a lasciare l’occupazione. Secondo l’ultimo report Inps, nel 2023 il giornalista assunto con contratto nazionale guadagnava in media 67.188 euro, mentre il 70% dei freelance guadagna meno di 25.000 euro. La discriminazione di genere contribuisce così a mantenere un divario salariale e di carriera significativo.
Esperte come Monia Azzalini sottolineano che la maggiore presenza femminile in posizioni di leadership potrebbe contribuire a ridurre le discriminazioni e migliorare il clima delle redazioni. Tuttavia, la sola presenza non basta: è necessaria consapevolezza culturale e solidarietà tra colleghe per affrontare efficacemente molestie e abusi.
L’OIL definisce le molestie sessuali come «atti indesiderati, non reciproci e imposti», che includono toccamenti, sguardi, linguaggio sessualmente allusivo e commenti sull’aspetto fisico o sull’orientamento sessuale. Questi atti possono essere isolati o ripetuti nel tempo, ma in tutti i casi minano la libertà e la dignità delle vittime.
L’inchiesta mostra che la violenza sul lavoro nei media italiani è un fenomeno sistemico: coinvolge direttori, caporedattori, caposervizio e colleghi, con un picco di abusi tra i 25 e i 34 anni, colpisce sia freelance che giornaliste assunte e ha conseguenze profonde sulla salute mentale, sulla carriera e sulle retribuzioni. La cultura del silenzio, la mancanza di sostegno e il sessismo radicato nelle redazioni perpetuano la violenza, rendendo urgente l’adozione di misure concrete di prevenzione, protezione e consapevolezza.
La storia di Adele e di tutte le giornaliste intervistate non è solo un appello a riconoscere le molestie e le discriminazioni: è un monito sul lavoro ancora necessario per garantire sicurezza, dignità e pari opportunità nelle redazioni italiane. Solo affrontando il problema con trasparenza e solidarietà si potrà sperare di trasformare le redazioni in luoghi sicuri e rispettosi per tutti.