
L’indignazione si solleva sabato sera come un’onda che si allarga sulla superficie dell’acqua. Coinvolge attiviste, giornaliste, avvocate, femministe e politologhe che condividono un post di Lea Melandri sulla “schizofrenia maschile”, riferito al Festival Internazionale del Libro d’Inchiesta che si terrà a Sorrento dal 5 giugno all’8 agosto: «Un festival esclusivamente di maschi, prima ancora che di giornalisti, che godono di buona stima anche da parte mia – tanto che, a volte, ho condiviso i loro interventi televisivi. Mi aspetto che provino tanta indignazione e vergogna per la cancellazione delle donne, tante e di straordinario impegno nel giornalismo da ritirare la loro partecipazione».
Il nodo da affrontare è proprio questo: nel panel ci sono i nomi di nove uomini ma nessuna relatrice in programma. E’ una scelta che produce un messaggio preciso. L’assenza totale di donne da un dibattito sul giornalismo d’inchiesta rischia infatti di rafforzare stereotipi e pregiudizi sessisti ancora profondamente radicati. Il messaggio implicito che ne deriva è : se non sono state invitate giornaliste che si occupano di inchieste, allora forse non esistono, oppure non sono considerate all’altezza dei loro colleghi uomini.
Eppure la realtà è ben diversa. In Italia e all’estero operano numerose giornaliste che si distinguono per il rigore, il coraggio e la qualità del loro lavoro investigativo. Proprio per questo, l’esclusione femminile da un panel composto esclusivamente da uomini non può essere liquidata come una semplice svista organizzativa e riflette una mancanza di attenzione verso la rappresentanza e il riconoscimento delle competenze femminili.
La responsabilità di questa situazione non ricade soltanto sulla Fondazione Sorrento, che ha organizzato l’evento, ma anche sui relatori che hanno accettato di parteciparvi. Chi viene invitato a intervenire in un contesto pubblico contribuisce infatti a legittimarne le scelte. Se nessuno dei partecipanti ha ritenuto opportuno interrogarsi sull’assenza di colleghe giornaliste, il problema è duplice: o tale esclusione è passata inosservata, segno che la disparità è stata percepita come normale, oppure non è stata considerata sufficientemente rilevante da meritare una riflessione.
In entrambi i casi emerge un dato significativo. L’assenza di donne non appare come un’anomalia, ma come qualcosa di accettabile. Ed è proprio questa normalizzazione a costituire il vero problema: un lapsus collettivo che rivela quanto sia ancora difficile riconoscere pienamente le giornaliste come interlocutrici e professioniste alla pari dei loro colleghi.
Nelle centinaia di commenti scritti da donne e ripresi da Lea Melandri, tra cui quello di Nadia Urbinati, voglio citare quello di Angela Gennaro “Il privilegio è duro da abbandonare, anche se fai parte di una categoria che dovrebbe fare del racconto della realtà il suo complemento oggetto. O di un campo, quello largo progressista, che – è un grande equivoco? – avrebbe intrapreso, in teoria, un’altra strada”. La richiesta che le attiviste rivolgono ai relatori è che ritirino la propria partecipazione al Festival determinandone l’annullamento. Fino a ieri sera, solo Sigfrido Ranucci – gliene va dato il merito – aveva risposto a Lea Melandri: “non posso che condividere”.
E gli altri?
Mi auguro che non siano cercate soluzioni all’ultimo momento invitando qualche giornalista come ‘quota” da riserva indiana perchè sarebbe solo un modo per mascherare il problema e spero che nessuna giornalista si presti a rammendare l’imbarazzo degli organizzatori e dei partecipanti.
Il tema dell’esclusione delle donne dai media e della loro invisibilizzazione è discusso da anni. Nei telegiornali e nei programmi di approfondimento, le donne appaiono come soggetti o fonti delle notizie in una percentuale che generalmente oscilla tra il 20 e il 30 per cento, a seconda dell’emittente. Sui quotidiani, le prime pagine e i commenti politici sono quasi esclusivamente a firma maschile.

Arriva l’estate e nelle piazze si organizzano eventi pubblici e l’esclusione si riproduce. Prestare attenzione a non escludere le donne non è un gesto di cortesia o di sensibilità: è una questione politica fondante. La partecipazione delle donne è infatti la cartina di tornasole della salute di una democrazia.
Tra le donne che si sono indignate c’è Sonia Lama, avvocata penalista e presidente del CPO dell’Ordine degli Avvocati di Ravenna: «In seno alla Commissione europea, nel 2018, è stata promossa l’iniziativa “No Women, No Panel”, con l’obiettivo di garantire una rappresentanza paritaria nei talk e nei dibattiti pubblici, dove il pensiero e la voce delle donne trovano poco spazio. L’iniziativa è stata ripresa dalla Rai, che nel 2021 ha tradotto quel principio in una campagna sociale sottoscritta attraverso un Memorandum d’Intesa da diversi soggetti istituzionali. Si tratta anche di obiettivi inseriti nell’Agenda ONU 2030. Come hanno fatto i relatori a non accorgersi di questa evidente discriminazione? Chi si preoccupa di far rispettare protocolli e raccomandazioni che puntano a garantire e rendere effettivi principi che, a livello nazionale, trovano applicazione quasi esclusivamente nei rapporti di lavoro?».
Ma finché gli uomini agiranno da padroni nello spazio pubblico e decideranno se invitare o meno le donne, ci troveremo davanti a situazioni di palese discriminazione come questa. E l’amarezza è ancora maggiore perché a rendersene complici sono stati giornalisti stimati e apprezzati per la lor attenzione ai diritti ma non a quelli delle donne, evidentemente.