Violenza sulle donne, il governo sembra avere le idee confuse. E anche l’Onu è preoccupato

Bongiorno_Pillon-675x275Pochi giorni fa Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, ha accolto la proposta di Giulia Bongiorno, ministra della Pubblica amministrazione nonché rappresentante di Doppia difesa, di istituire un codice rosso per le donne vittime di violenza. Dopo il codice rosa ecco arrivare, anche il codice rosso! Ci vuole molta pazienza per raccapezzarsi sulle schizofrenie della politica italiana, che col disegno di legge Pillon minaccia diritti e tutele delle donne e dei minori vittime di violenza familiare e poi con la proposta del codice rosso punta su interventi securitari e repressivi che dovrebbero accelerare l’iter giudiziario delle denunce delle donne.

D.i.Re – donne in rete, dopo la divulgazione della notizia sul codice rosso, ha commentato: “Si parlano? Si mettono d’accordo? In sede di separazione quelle donne saranno accusate di alienazione parentale? Di denuncia strumentale? E che fine fanno quelle che dal pericolo si allontanano? La violenza da loro subita che fine fa? La riconoscono? E lo sa l’onorevole. Bongiorno che insieme al ddl Pillon si discute di un ddl che riduce la pena per i maltrattamenti e introduce un’ipotesi lieve per i maltrattamenti con pene sostituibili con i lavori di pubblica utilità? Ancora una volta una prospettiva securitaria sul corpo delle donne. La violenza nei confronti delle donne non è emergenza, è strutturale e deve essere riconosciuta in ogni fase, in ogni sede”.

Il riferimento sulla riduzione della pena per maltrattamenti riguarda il ddl 45 (firmato da Antonio De Poli, Paola Binetti e Antonio Saccone) sempre in materia di separazione e affido condiviso, che introduce un’ipotesi lieve per le violenze e prevede sanzioni quali l’obbligo di svolgere lavori di pubblica utilità. Il ddl 45 restringe l’applicazione della norma rispetto a quanto avviene attualmente e minimizza il disvalore del maltrattamento di cui ignora caratteristiche e dinamiche e configurando il maltrattamento solo in caso di “sistematicità” delle violenze non tiene conto del ciclo della violenza che si manifesta con alternanza di violenza e riappacificazione. La giurisprudenza attuale sanziona invece la reiterazione delle condotte violente in un periodo di tempo apprezzabile.

D.i.Re ne ha criticato “l’arretramento rispetto alla situazione attuale perché fa rivivere il reato di maltrattamento previsto dal codice del 1930 finalizzato più a tutelare l’istituzione famiglia che gli individui che la compongono non sanzionerebbe più la violenza sessuale, psicologica ed economica che fanno parte del maltrattamento”. Tutto in questi disegni di legge è costruito per essere una risposta reazionaria volta a cancellare o limitare fortemente tutto ciò che si era costruito negli anni per le donne vittime di violenza. Tutto questo avviene in un Paese dove una donna viene uccisa ogni 60 ore e la violenza colpisce circa sette milioni di donne.

Come si può proporre un codice rosso per velocizzare l’iter delle denunce quando in Senato si discute il disegno di legge Pillon che rende del tutto ininfluenti denunce e condanne perché impone ai minori la frequentazione obbligatoria del genitore violento anche se condannato e impone alle donne vittime di violenza di sedersi a un tavolo per “mediare” con autori di stupri, violenze e minacce? Anche l’Onu nei giorni scorsi si è pronunciato criticamente sul disegno di legge Pillon e in una lunga lettera inviata al governo italiano, ha espresso preoccupazione criticando punto per punto un testo che vìola la Convenzione di Istanbul, la Cedaw e la Convenzione dei diritti del fanciullo.

Dubravka Šimonović, special rapporteur dell’Onu sulla violenza contro le donne, e Ivana Radačić, presidente del Gruppo di lavoro sulle discriminazione contro le donne, hanno rilevato una potenziale disattesa degli obblighi dell’Italia sul rispetto delle convenzioni firmate. Là dove il ddl Pillon impone la mediazione familiare obbligatoria si  violerebbe l’articolo 48 della Convenziome di Istanbul che esige dagli Stati di “proibire metodi obbligatori alternativi risolutivi durante i processi, inclusi la mediazione e la conciliazione, in relazione a tutte le forme di violenza”.

Inoltre gli ariticoli 9, 11, 12, 14, 17 e 18 del ddl Pillon “introdurrebbero il presupposto di falsità e infondatezza nelle denunce di abuso e violenza fisica e psicologica. E il presupposto della presenza dell’alienazione parentale, una teoria molto contestata, senza necessità di fatti supportanti o evidenza legale, in contravvenzione con l’articolo 31 della Convenzione di Istanbul che prevede che gli episodi di violenza siano presi in considerazione nelle decisioni di affido. Come anche gli articoli 15 e 16 della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, che richiedono che alle donne siano dati gli stessi diritti degli uomini in tutti i processi legali, così come tutte le questioni relative al matrimonio e alla genitorialità”.

Alla luce di quanto sta accadendo in Senato contro le tutele delle donne e in violazione delle convenzioni internazionali per quale motivo si promuove l’ennesimo codice da applicare nei Pronto soccorso? Mentre il governo annuncia iniziative di facciata e il Parlamento cerca di far regredire la società italiana di 70 anni, le associazioni fanno rete e si mobilitano. Il 10 novembre prossimo ci sarà l’evento “1, 10, 100 piazze per fermare il disegno di legge Pillon“: in molte città si organizzeranno raccolte firme, incontri pubblici e altre manifestazioni con D.i.Re donne in rete, gli 80 centri antiviolenza che vi aderiscono, l’Udi, Pangea, Telefono rosa, Maschile plurale, Cam – Centro ascolto maltrattanti, Cgil, Uil, Rebel network, Non una di meno, Cismai, Arci, Arcidonna nazionale, Rete relive, Educare alla differenze, BeFree, Federico nel cuore. Movimento per l’infanzia, Le nove, Terre des hommes, associazione Manden e Cnca – Coordinamento nazionale comunità d’accoglienza.

@nadiesdaa

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