Silvia Romano libera, le ingiurie non sono opinioni: sono pietre e fanno male

Quando ho saputo della liberazione di Silvia Romano, rapita in Kenya nel febbraio del 2018 dal gruppo islamista Al Shaabad e tenuta in ostaggio per 18 mesi, ho gioito per una notizia inaspettata che ha addolcito il momento cupo, angosciante e doloroso cominciato con la pandemia e il lockdown.

Dopo qualche minuto mi sono rabbuiata, ricordando ciò che accadde quando furono liberate Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le cooperanti rapite in Siria nel 2014. Buona parte di questo Paese, con in testa politici, giornalisti, opinionisti o i vari Napalm 51 sempre attivi sui social, avrebbe vomitato litri di fango addosso a Silvia Romano ancor prima che l’aereo che la trasportava fosse atterrato a Ciampino.

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Così è stato. Ogni analisi del contesto è legittima, compresa l’opinione di chi dice che le missioni umanitarie sono solo la goccia nell’oceano con la quale l’Occidente cerca di lavarsi la coscienza per le guerre di distruzione che compie nei Paesi di cui sfrutta le risorse. Ma le ingiurie e il disprezzo non sono opinioni, sono pietre e fanno male.

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Se Silvia si fosse chiamata Silvio e non fosse stata una volontaria dell’associazione Africa Milele onlus, ma un militare catturato dopo essere stato inviato ad invadere i confini di uno Stato con la scusa della missione di pace, quelli che oggi sbraitano per il pagamento del riscatto avrebbero applaudito, perché si era salvata una vita.

Ma non è andata così. Silvia Romano non è rimasta a casa – come ancora molti pensano si convenga alle donne – ma ha oltrepassato i confini di uno Stato, il Kenya, per realizzare progetti per bambini e bambine: una ludoteca nella savana o un orfanotrofio. E’ una donna ed è sopravvissuta dopo essere stata sequestrata da un gruppo di uomini, quindi va oltraggiata proprio perché si sospetta che abbia subito altri oltraggi durante il sequestro. La carrellata di commenti su quotidiani o social ci ha messo davanti a un ritratto deprimente degli uomini di questo Paese e del loro modo di relazionarsi con le donne.

Lo psichiatra Alessandro Meluzzi ha definito Silvia Romano “gallinella”, come maschiamente si conviene appellare in genere le donne, e c’è chi come Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, si è scandalizzato perché l’ostaggio di integralisti islamici è sceso dall’aereo indossando il velo islamico, commentando con grossolanità una conversione forse spontanea o probabilmente dettata dalla condizione di prigionia

Da oggi tutti i fondamentalisti islamici dal Mali a Dacca passando per Mogadiscio sanno che gallinella italiana dalle uova d’oro vale almeno quattro milioni euro. Sconsigliati tour in zona salvo che per conversione a Sharia con annessa Sindrome di Stoccolma a spese contribuenti.

Eppure questi evoluti concittadini così attenti ai diritti delle donne – tanto che da mattina e sera ne stigmatizzano l’oppressione nella religione islamica – girano la testa dall’altra parte quando si tratta di violenze o di discriminazioni consumate tra le mura delle nostre case; o, se navigano in mezzo a ingiurie sessiste sui social, non si scandalizzano se sono proferite da tanti cattolici praticanti.

Silvia è tornata, bene ma è stato come vedere tornare un prigioniero dei campi di concentramento orgogliosamente vestito da nazista. Non capisco, non capirò mai7

Oppure i cari concittadini si mettono a misurare la libertà di una donna dalla lunghezza delle gonne, come ha fatto la Lega sulla sua pagina Twitter riprendendo un tweet di Alessandro Morelli. Li conosciamo quelli che misurano con il metro la libertà delle donne, sono soliti colpevolizzare le vittime di stupro proprio per gli abiti che indossano al momento della violenza: “se l’è cercata, che si va in giro vestita cosi?”. Facessero pace col cervello, ammesso che lo abbiano.

Di violenza, sessismo, oppressione non comprendono nulla, non sanno nulla ed è per questo che sono portatori più o meno consapevoli della sottocultura che denigra le donne e che ha la stessa identica matrice in ogni integralismo.

Silvia Romano, ora liberata, è diventata ostaggio degli italiani che la tirano da tutte le parti, attribuendole ora la parte di eroina libera di convertirsi all’Islam, ora la parte di donna umiliata da una banda di tagliagole, bersaglio involontario delle aspettative sull’ostaggio perfetto, e non possiamo che augurarle di mandare tutti al diavolo e di riprendere padronanza di se stessa, chiunque vorrà essere. Ma al momento la pioggia di fango non cessa di caderle addosso.

Come volevasi dimostrare la canea si è scatenata anche questa volta. Dal basso ventre dei social ho pescato, tra le tante offese e ingiurie contro Silvia Romano, quella scritta dall’avvocato Giovanni De Rose, ex consigliere comunale ed ex assessore, che è stato a lungo a capo dello staff del sindaco Mario Occhiuto nonché ex capo della Polizia Municipale di Cosenza.

Antonella Veltri, presidente D.i.Re, ha stigmatizzato le parole di De Rose che ha risposto aggrappandosi alla foglia di fico dell’ironia, tirando fuori addirittura Charlie Hebdo; ma prima di cancellare il commento, impavido e ruggente come tutti i leoni da tastiera, ha spiegato il suo concetto di parità tra uomini e donne a chi lo contestava.

L’avvocato docet: la vera parità è poter denigrare in chiave sessista le donne. Il disprezzo verso le donne manifestato liberamente è la nuova frontiera delle pari opportunità.

Ha cancellato il post ma questo è ciò che realmente pensa un avvocato, un uomo, nel 2020, come molti, troppi. Ed è deprimente toccare con mano quanto il muro di gomma che protegge il fortino del peggior maschilismo abbia fondamenta così solide e radicate ovunque in questo Paese, anche tra chi fa parte della classe dirigente.

Amen.

@nadiesdaa

Pubblicato sul Fatto quotidiano l’11 maggio 2020

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