Se l’intellettuale maschio non sa scusarsi: il caso Mari-Murgia e il vizio del patriarcato

Mari, dopo aver vinto il Premio Strega, torna a parlare di Michela Murgia e questa volta facendo finta di disconfermare, conferma, in un’intervista pubblica rilasciata al Corriere della Sera, quanto aveva detto in una conversazione privata qualche settimana prima. La vicenda ha suscitato un vespaio di polemiche, riaprendo questioni complesse: fino a che punto è giusto rendere pubbliche le conversazioni private? E soprattutto, quando una critica supera il limite del decoro trasformandosi in un attacco personale nei confronti di chi non può più rispondere?

Ci tengo a fare una premessa: quando inizialmente è esplosa la polemica, ho provato irritazione per le solite banalità che sento dire da sempre sulle donne, soprattutto su quelle forti, colte e intelligenti. Poi, però, ho appreso che quelle parole erano state pronunciate durante una conversazione privata avvenuta su un pullman, durante un viaggio legato alle tappe del premio.

Credo quindi che sia arrivato il momento di interrogarsi seriamente sul confine tra ciò che appartiene alla dimensione privata e ciò che può diventare oggetto di esposizione pubblica. Non si tratta di impedire ogni valutazione sulla coerenza di una persona, ma possiamo davvero misurarla da singole frasi pronunciate in momenti di totale informalità?

Dovremmo ricordarci che nessuno di noi è una figura monolitica. Siamo un’orchestra fatta di molte componenti: quella razionale, quella emotiva, quella cosciente e quella inconscia. Tutti siamo immersi in una cultura che ci condiziona e, nel caso del rapporto tra generi, viviamo ancora dentro una struttura sociale segnata da una lunga tradizione patriarcale, che ha costruito gerarchie e stereotipi sul modo di guardare il corpo, il valore e il ruolo delle donne. Anche io, nel corso della vita, mi sono sorpresa a pronunciare parole in conversazioni private che, ricordate a distanza di tempo, mi hanno stupito e fatto riflettere. È un processo umano: riconoscere i propri condizionamenti e superarli richiede un lungo percorso di consapevolezza. Per questo penso che sia sbagliato trasformare ogni conversazione privata in un’esposizione al giudizio collettivo, mettendo alla gogna le persone per frasi dette in contesti personali (salvo naturalmente i casi in cui si configurino reati o situazioni di particolare rilevanza pubblica).

Detto questo, ciò che mi ha profondamente colpito della vicenda è altro. Una volta terminata la bufera iniziale e dopo la vittoria del Premio Strega, Michele Mari è voluto tornare sull’argomento per riaffermare meschini pregiudizi. Ciò che trovo particolarmente problematico è il modo in cui ha riproposto, facendo la vittima, i suoi giudizi su Michela Murgia, ribadendo l’idea che il valore di una donna venga definito attraverso la sua attrattività, la sua desiderabilità fisica o la capacità di risultare gradevole agli uomini.

È uno schema culturale antico: quello secondo cui è lo sguardo maschile a conferire valore a una donna, quasi fosse un’autorità esterna incaricata di stabilire chi merita apprezzamento e chi no.

C’è una profonda povertà di contenuti nel riversare su Michela Murgia — scrittrice, drammaturga e attivista femminista — questo tipo di valutazione, utilizzando proprio quel linguaggio culturale che lei ha combattuto per anni. Murgia è stata un’autrice capace di vincere premi letterari e firmare splendidi romanzi, una figura pubblica impegnata e una voce cruciale nel dibattito sui diritti e sulla critica al sessismo. Con l’aggravante che rende questo tipo di comportamento vile, che Michela Murgia è scomparsa da ormai tre anni e non ha più la possibilità di replicare, difendersi o chiarire il proprio punto di vista. Per questo motivo, tornare a colpirla pubblicamente assume un peso particolare.

Tentare di cancellare le sue parole, il suo pensiero e i suoi libri per liquidarla, in soldoni, come una “zitella inacidita” non ci dice nulla su Michela Murgia; ci dice molto, al contrario, su Michele Mari. Sarebbe bastato dire: “Mi scuso per le banalità che ho detto su Michela Murgia e non vorrei tornare sull’argomento”. Ne avrebbe guadagnato in intelligenza.

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