
Luigia Fortunato è stata uccisa dall’ex partner con 22 coltellate. Di fronte a un fatto di una violenza così estrema, il dibattito si è concentrato anche su un elemento giuridico: al momento, la Procura non contesta il reato di femminicidio perché, secondo quanto emerso finora, non risulterebbero precedenti episodi di violenza, maltrattamenti o vessazioni.
È una valutazione processuale, destinata a evolvere se emergeranno nuovi elementi. Ma sul piano culturale questa vicenda impone una riflessione molto più ampia. Perché il rischio è sempre lo stesso: trasformare l’assenza di denunce nell’assenza di violenza.
È un errore che il nostro Paese continua a commettere.
Le statistiche e il lavoro quotidiano dei centri antiviolenza raccontano da anni una realtà diversa. Molte donne non denunciano. Non perché non abbiano subito violenza, ma perché la violenza è spesso invisibile agli occhi di chi non la vive. Inizia con il controllo, con l’isolamento, con la svalutazione costante, con la paura che si insinua lentamente nella quotidianità. A volte non lascia lividi. Altre volte lascia segni che nessuno vuole vedere.
La denuncia non è il punto di partenza della violenza. È, semmai, uno dei possibili punti di arrivo. E spesso arriva quando la situazione è già degenerata, oppure non arriva affatto.
Questo non significa che ogni omicidio commesso da un partner debba automaticamente essere qualificato come femminicidio sul piano penale. La qualificazione giuridica spetta alla magistratura, sulla base delle prove raccolte e nel rispetto delle garanzie processuali. Confondere il dibattito pubblico con quello giudiziario sarebbe un errore.
Ma sarebbe altrettanto grave utilizzare l’assenza di precedenti denunce come argomento per suggerire che non esistesse un contesto di violenza. Sono due piani distinti. Il primo riguarda ciò che può essere dimostrato in tribunale; il secondo riguarda ciò che una società è in grado di riconoscere.
Ed è proprio qui che l’Italia continua a mostrare tutte le sue fragilità.
La presidente di D.i.Re, Cristina Carelli, lo ha sintetizzato con parole nette: «Ogni donna uccisa da un partner o da un ex partner non è vittima di un gesto imprevedibile o di un raptus. È il risultato estremo di una cultura che continua a considerare le donne come un possesso e fatica a riconoscerne pienamente la libertà e l’autodeterminazione.»
È una frase che invita a guardare oltre il singolo caso. Per decenni abbiamo raccontato questi delitti come esplosioni improvvise, tragedie della gelosia, drammi familiari, raptus. Ogni definizione ha avuto un effetto preciso: spostare l’attenzione dall’origine strutturale della violenza verso la presunta eccezionalità del gesto.
Eppure la violenza di genere non nasce quasi mai all’improvviso. Cresce dentro una cultura che fatica ancora ad accettare il rifiuto, l’autonomia e la libertà delle donne. Una cultura che continua a interpretare la fine di una relazione come un’umiliazione da vendicare invece che come una scelta da rispettare. Non riguarda tutti gli uomini, ma riguarda un modello di maschilità e di relazioni che continua a produrre conseguenze drammatiche.
Anche la Corte europea dei diritti umani ha richiamato più volte l’Italia su questo punto, condannandola per casi di rivittimizzazione e per l’utilizzo di stereotipi di genere nei procedimenti giudiziari. Il messaggio è chiaro: il problema non è soltanto punire la violenza quando esplode. È saperla riconoscere prima.
Per questo la recente introduzione del reato di femminicidio, pur rappresentando una scelta legislativa significativa, non può essere considerata una soluzione sufficiente. Le leggi sono indispensabili, ma non cambiano automaticamente il modo in cui magistrati, forze dell’ordine, operatori sanitari, giornalisti e cittadini leggono la violenza.
Se continuiamo a cercare soltanto la denuncia formale, rischiamo di ignorare tutti quei segnali che precedono la tragedia. Se continuiamo a considerare credibile la violenza solo quando è documentata da anni di querele, continueremo a lasciare sole moltissime donne. E se continuiamo a raccontare ogni omicidio come un evento imprevedibile, continueremo a perdere l’occasione di interrogarci sulle responsabilità collettive.
La domanda, allora, non dovrebbe essere se esistessero precedenti denunce. Dovremmo chiederci se il nostro sistema sia davvero capace di riconoscere la violenza prima che si trasformi nell’irreparabile.
Perché una società che vede la violenza soltanto dopo l’ultimo colpo inferto non può dirsi davvero capace di prevenirla.